Dei ed Eroi tra Scilla e Cariddi

Si sa che i giapponesi più che inventori sono trasformatori metafisici. La scrittura l’hanno presa bella e fatta dalla Cina, come gran parte della cosmogonia religiosa, e ne hanno plasmato cosa propria trasformandola. Così capitò dalle parti di Kyoto nel Cinquecento quando Chojiro, il fabbricante di ciotole per la cerimonia del tè, si mise a copiare una tecnica, ovviamente cinese, e ne fece una reinvenzione. Il ceramista era protetto da un influente personaggio che ospitava i suoi forni nel palazzo chiamato Jurakudai e il prodotto da questo luogo prese il nome di Rakuyaki. L’operazione ebbe tale successo che il geniale ceramista si ritrovò, si dice per decreto imperiale, il diritto di trasformare il suo cognome in Raku e di renderlo ereditario.

Il successo dell’impresa proveniva innegabilmente dalla sorpresa estetica del risultato. Questo era profondamente adatto allo spirito zen del Giappone in quanto evitava ogni decorazione e lasciava alla materia la fortuna d’una spontaneità carica di misteri insospettati.
Il metodo del lavoro era particolarmente curioso in quanto consisteva in una doppia cottura dove la prima serviva a stabilizzare la forma a bassa temperatura e la seconda la decorava con materia vetrosa in una seconda cottura ad alta temperatura. Ma a differenza del secondo fuoco che viene impiegato da secoli anche nella tradizione europea, il signor Chojiro scoprì una complessa perversione, giocando con il fuoco. Durante la seconda cottura decise di aprire il forno, estrarne la terra incandescente e porla a far bruciare, in un altro contenitore, una serie di materiali suscettibili di generare fumi. Poi, chiudendo questo secondo contenitore appunto, operava una riduzione chimica e bloccava la combustione in mancanza d’aria in modo da consentire un’ulteriore modificazione ai sali minerali che si erano liquefatti per generare la glassatura. Gli americani, che scoprirono il raku intorno al 1920 introdussero un’ulteriore sfida alle leggi della ceramica tradizionale, immergendo il manufatto ancora caldo nell’acqua, col che si otteneva una sofisticata quanto casuale screpolatura della superficie. Ne proveniva un miracolo totalmente incontrollato.
Il metodo giapponese era quindi l’opposto di quello che gli europei dagli anni profondi nel neolitico avevano perseguito alla ricerca sempre più attenta di combinare il risultato con le aspettative. Dalle parti nostre siamo diventati abilissimi in questa pratica e con gli anni abbiamo imparato a dominare la mutazione cromatica fra progetto, esecuzione e risultato.
L’incontro con il Giappone, circa un secolo e mezzo fa fece saltare alla radice il nostro modo di pensare. Da allora abbiamo scoperto la poesia dell’indeterminato, il piacere del dialogo con forme che in parte avevamo voluto e che si erano però formate seguendo una loro indipendenza. In quest’indipendenza stimolata e desiderata abbiamo riscoperto la bellezza d’un caos voluto e non subito. Siamo diventati tutti un poco giapponesi.
E oggi Stefania Pennacchio si può vantare d’essere la più calabrese dei giapponesi.
Il raku riappare quotidianamente sullo stretto di Messina e sotto lo sguardo attonito delle Sirene che incantarono Ulisse. Qui trova una vocazione alterata ma altrettanto profonda, perché non trae più la sua legittimità dal concetto della teosofia zen, bensì dallo sguardo che corre regolarmente verso la montagna dell’ Etna dove il fuoco domo non fu mai. La passione affascinata dalle forze telluriche incandescenti, terribili e temibili, si riscatta poi nelle acque d’un mare in costante movimento, ne prende i colori, ne sposa i misteri. Dialogano le trasparenze e gli azzurri con le opacità e i rossi. Ma tutto ciò avviene, anche qui all’opposto della mente giapponese, in una drammatica mescolanza delle citazioni vitali, dove il sorgere del calore, il suo fondersi, si paragona con il sorgere della vita, con la fonte del femminile. Si combina con la più mediterranea delle pratiche, quella che non può prescindere nel giocare col colore dall’applicarlo alla materia, nella sua stesura più fisica, spessa, carica. Il raku della Pennacchio è quindi per necessità calabrese.
E lo è, nello stupore del vedere la materia che sorge, in un modo assai similare alla sorpresa che riserva il lavoro recente di Gaetano Pesce che modella le colate della sua plastica, giocando con i colori, ma aspettando che la loro combinazione accetti la scommessa del caso per assumere la complessità definitiva. La questione assolutamente stimolante sta nel vedere quanto, sia il percorso freddo di Pesce che quello caldo della Pennacchio, abbiano la volontà dichiarata di voler trarre la loro gestualità dalla pittura, dal più antico dei gesti di chi fa arte nella parte nostra del mondo. Solo nella pittura, nel suo segno minimo di stesura della materia, da sempre si ritrova l’abilità di gestire il caso, e dalla pittura, questa volta per noi quanto per i popoli del Sol Levante, s’è disseminata la voglia primaria della sperimentazione. Questa sperimentazione diventa astratta per definizione. Un vaso, una ciotola, una coppa sono per loro stessa natura figurativi. Sono la figura d’un vaso, d’una ciotola, d’una coppa. Aspettano una decorazione, la quale può a sua volta essere rappresentativa di figure o di segni “astratti”. Ma nulla altera il senso “concreto” dell’oggetto. Il Giappone ha scoperto secoli fa la via opposta, quella nella quale il “concreto” si sottomette al “concetto” e quest’ultimo acquista una tale libertà definitoria da far nascere oggetti concreti che sono nella loro materia “astratti” dalla citazione reale. E’ qui che si fonda tutto, astratto, concreto, concetto, materia.
Si fonda perché nella casualità dei misteri incandescenti si fonde. E’ in questa fucina controllata da magie arcane che Stefania Pennacchio elabora le sue stregonerie.

[Philippe Daverio]

 

Sculture Mediterranee

Terre dolci, nelle piane fertili che si aprono all’approdo dei grandi golfi. Terre aspre, di montagne che precipitano verso il mare e proteggono, impervie, altre terre più celate e selvatiche. Il Mediterraneo è molteplice. Abitato, fin dai tempi più remoti, da divinità che rappresentavano simbolicamente incroci di caratteri e storie diverse e si somigliavano in pochi ma essenziali tratti comuni: la creatività, la fertilità, la maternità. E la guerra. Perché questo è da millenni il Mediterraneo: mare comune di commerci e conflitti, dialoghi e scontri feroci, derive curiose e approdi sicuri anche se temporanei. Ne fanno fede i suoi riti e i suoi miti. E i prodotti che gli sono tipici: l’olio, il vino e il pane, nei mille modi in cui lo si può impastare e raffigurare (ne ha fatto straordinari racconti l’uomo che meglio di tutti nel Novecento ne ha compreso e narrato storie e identità aperte, Predrag Matvejevic). Mare colore del vino, per dirla con le immagini dei poeti antichi. E vino del colore che evoca il sangue, simbolo ambivalente di vita e di morte.
Madre mediterranea. E donna mediterranea, se le due dimensioni non sono necessariamente sinonimi. Ne rivelano tracce evidenti le emozionanti sculture di Stefania Pennacchio, lungo tutto il corso della sua attività d’artista: una connotazione forte, pur su registri creativi differenti e innovativi, che si sviluppano, navigano con ardimento verso approdi ignoti, poi tornano a riscoprire radici e proporre variazioni. Un’artista è sempre memoria e futuro.
Perché anche questo è il mondo culturale mediterraneo, di cui qui Stefania è interprete: seguire rotte antiche e rileggerle ogni volta con occhi diversi. Non cabotaggio consueto, ma viaggio d’avventura.
Il mare. E la terra. Radici intrecciate e profonde, come quelle degli ulivi e delle magnolie. E rami che svettano verso altezze ambiziose. Il Mediterraneo è appunto un nodo, un grumo, un gioco contorto di identità dolenti. Ed è un volo sopra le cime, scavalcando le onde, spostando in avanti l’orizzonte sino a trovare il confine di un’altra terra. Il Mediterraneo è occhi di falco, attenti. E rapaci. Il Mediterraneo è irriducibile alle semplificazioni più ovvie. Sta qui, d’altronde, il bello della sua arte. La sua creatività. Il Mediterraneo è fertilità femminile. Rieccoci, alle sculture di Stefania Pennacchio, in cui tutto questo risuona.
Le opere hanno forme di oggetti e volti, luci che aprono mondi, ombre che inquiete o pudiche celano sentimenti. Ci sono spazi cubici che vivono di fenditure e fratture, contrasti di colori che si fondono in inedite mescolanze visive e rinviano alle suggestioni dei mutamenti degli spazi e dei movimenti di terra e di mare. Cavalli corazzati da chiodi puntuti. Ed elmi da guerrieri, ambigui nella loro rappresentazione: sono elmi vuoti, che usurati e scalfiti evocano la fine della battaglia; ma sono pure elmi ancora buoni al combattimento, in attesa d’essere indossati. Sospesi tutti tra la morte e la gloria. L’elmo del combattente vittorioso. E l’elmo di Ettore, che conosce il dolore del dovere, la straordinaria fatica morale dell’affrontare la sconfitta e lasciare, proprio nella sconfitta, la testimonianza più virtuosa di profonda umanità, per dirci, nella Storia e nelle nostre storie, come possano stare insieme, nonostante tutto, la virilità senza iattanza e la tenerezza maritale e paterna. La guerra, oltre le simbologie del dio Marte, prende corpo, nel mito, in una dea battagliera, Atena. E di guerriere e sante armate, del resto, la storia mediterranea e la sua letteratura offrono pagine numerose e sapide di valore e intraprendenza. Stefania Pennacchio, da artista profonda, di tutto questo sa ben restituire l’eco, in forme originali d’opere cariche di senso.
Ci sono donne, soprattutto, tra queste sculture. Dee. Meduse. E madri. Mai nessuna, feroce. Severe, semmai. E con la piega d’un sorriso, nei volti segnati dall’esperienza e dalla memoria dolente. Mai nessuna, comunque, arresa. Donne di battaglia. Quand’anche la battaglia è nell’essenza stessa del creare, proteggere e trasmettere la vita, nelle pieghe spesso difficili e controverse del Mediterraneo. Donne dolcissime, come Nausicaa. Maghe. Madri innamorate, illuse e violente, sino alla distruzione, Didone e Medea. Madri e donne pazienti e fortissime, dalla mitologia alla realtà. Stanno a Itaca, intessono tele, custodiscono regni, educano figli e figlie alle virtù di belle persone. E sanno che Itaca è porto d’arrivo e però anche di ripartenza. Donne con lo sguardo lungo e la forza della responsabilità di chi, comunque, custodisce e costruisce la storia. Mai, prive d’una parola nell’interpretazione di chi, come l’artista, sa capire e rappresentare anche l’ombra, anche il silenzio.
Nulla è semplice. Lo dicono le mani di Stefania, artista e abilissima operaia: mani agili, mobili, esperte, segnate dagli spessori e dalle cicatrici di chi maneggia e impasta terre e colori, gioca con le argille morbide e con il ferro tagliente, trasforma silice in vetro, adopera come in un’officina ancestrale l’acqua e il fuoco, tutto pensa e trasforma. Un’opera d’arte è come fare il pane per mano di madre: si impasta e si cuoce. E di quel pane ci si nutre. E via via continuando in un circuito di fertilità poetica tendente all’infinito, dal tempo verso il tempo che prova a superare se stesso. L’arte per mano femminile è maternità duplice.
E’ corrosiva la creazione, esige fatica e sacrificio, lascia dunque evidenti tracce di sé nel corpo e nell’anima. Ma va avanti. Un’altra terra da impastare, un altro colore da far nascere, un altro squarcio di luce…

[Antonio Calabro’]