Genesi

 

“Lavorare la ceramica non è contemporaneo:

è eterno!”

Stefania Pennacchio

 

LA SPERIMENTAZIONE: UN DIALOGO COL FUOCO

“La ceramica è un percorso di ricerca,

è per natura fisiologica un indagine: un evoluzione intrinseca dorme sempre nelle sue molecole generose nel divenire.

Ho la convinzione che la ceramica abbia  origine dal mondo femminile, nel neolitico, quando le donne rimanevano nel loro focolare, una caverna o una capanna, e  sapevano elaborare le attese con la genesi dell’ arte e dell’ artigianato.

Cominciarono a realizzare piccoli oggetti d’ uso, come ciotole, oppure a concettualizzare  la dimensione del sacro, con  idoli femminili in terracotta per proteggere i luoghi,le  persone o la comunita’ sociale.

La ceramica diviene tale  dopo un alchimia con  terra ,acqua ed aria e  con il fuoco che rende  infine il gesto eterno.

L’interazione col fuoco implica comprensione e complicità.Non esiste qui il concetto di relativo , con il fuoco tutto diventa assoluto.

Il fuoco  distrugge o  crea. A volte il confine è sottilissimo, per questo l’ attenzione,l’ esperienza e l’ ascolto istintivo alle leggi della autoconservazione,sono sempre al livello più’ alto.

La mia formazione  culturale  e’ legata fortemente al “libro”,la Bibbia, le pagine della Genesi  raccontano un Dio Creatore che con la sua energia dinamica, plasma l’ uomo dall’ argilla.

Adamo, infatti,  significa letteralmente:”Uomo di Terra Rossa”.

Con questa  dimensione del Sacro mi sono  confrontata con questo minerale terroso naturale , il piu’ diffuso sul nostro meraviglioso pianeta che si chiama appunto:Terra!

La poesia con il suo segreto sospeso e la pittura dove il colore è oscillazione tra pensiero ed emozioni sono stati i  miei  territori prima dell’ assoluto amore per la materia.Ancora adesso l’ incanto mistico della parola, il suo ritmo e significato mi incantano e influenzano tutta la concettualita’ della mia ricerca.

Il colore , invece , molto presente nella mia prima parte produttiva,ha lasciato posto al colore naturale delle terre che utilizzo o a monocromi dati dal fuoco. Sono diventata sempre piu’ essenziale e severa , privilegiando la forma plastica e scultorea.

 

Ho frequentato un Istituto D’ Arte, allora prestigioso, voluto da Alfonso Frangipane (fu grande  intellettuale ed artista italiano)i cui insegnanti di scuola napoletana hanno contribuito tantissimo alla mia preparazione tecnica:un vero stimolo sia per la sperimentazione che per la preparazione accademica

Vivevo, allora ,nell’ arcaica e ferina Calabria,su una collina solitaria  di fronte ad una quotidiana meraviglia :l’Etna .Il Vulcano, da cui mi divideva lo Stretto delle Sirene,era una presenza costante , la sua fucina ardeva insieme ai miei forni empirici costruiti in modo sperimentale con l’ aiuto di mio padre.

Ho iniziato  trattando con l’argilla fossile marina, che  andavo a prelevare da una cava antichissima vicino casa,in quel luogo appartenente alla fase primitiva dell’ umanità che aveva catturato gli aliti di chi l’ aveva abitato , vi erano 70 siti del Neolitico.Una magia spazio-temporale .Fiorivano solo Melograni, dalla dignità mitologica,con fiori sanguigni e pochi Mandorli  che coloravano la valle argillosa ,immensa e sospesa nel silenzio che cullava le arcaiche divinità’ dimenticate.

Il Dialogo con il Fuoco , per la cottura e la decorazione delle mie opere, era ed  è un confronto primordiale , fisico, erotico, una vera e propria passione d’ amore.

La seconda cottura avviene a 1200 gradi centigradi , il punto di fusione di molti elementi, provocare uno shock termico a quella temperatura è confrontarsi con cio’ che crea o distrugge.

Sperimentare significa scoprire dei percorsi, strade di ricerca sconosciute ma gia’ tracciate da leggi fisiche e chimiche irrevocabili.

Diceva Hermann Hesse: un solo bambino superstite della scomparsa del resto dell’umanità sarebbe in grado di riprodurre quello che è accaduto prima. Sono convinta che questo valga per tutti .

Siamo portatori  di memoria genetica.

Il mio percorso è spesso  l’ ascolto tra cosciente e incosciente, tra consapevole e inconsapevole:un amore per cio’ che ci ha reso squisitamente umani, eterni nella traccia della storia e della memoria.

Archeologia, antropologia,storia e osservazione attraverso i  tanti viaggi sono stati e sono mezzi di indagine, estetica, concettuale e tecnica , elementi per me fortemente relazionati.

La mia  libertà  ancora oggi è potersi stupire che il mondo fisico è vincolato anche da alte leggi  invisibili.

La ricerca col fuoco, pertanto, è per me una ricerca soprattutto spirituale.

La sperimentazione è una ricerca si di  libertà ma di continui confronto con l’ Assoluto”

 

“Il Fuoco è l’elemento assoluto,

è lui che mette la firma all’opera.”

Stefania Pennacchio

 

IL RAKU: LA GIOIA DELLA BELLEZZA CHE C’È E NON DI QUELLA CHE VORREMMO

“La tecnica raku nasce per caso, come tante altre grandi scoperte.

Per me la sua filosofia sperimentale del Raku’ è legata a questo pensiero:” la verità ,delle risposte che cerchiamo, è come se fluttuasse nell’aria, ma non riuscissimo a carpirla perché troppo evidente e semplice”.

In fondo la semplicità è proprio questo: la complicazione risolta.

Il raku nasce come tecnica di cottura della ceramica giapponese 500 anni fa, in una concezione estetica molto distante da quella occidentale del Rinascimento, vicina al pensiero Zen.

 

“Nel raku l’artista non si prende i meriti della creazione, ma si fa quinto elemento e si mette in circolarità con le leggi fisiche di acqua, aria, terra e fuoco per compiere la creazione.”

Il mio Raku, ovvero il Raku soggetto alla mia contaminazione, è molto mediterraneo e basato sulla sorpresa e sul desiderio di accettare le cose così come sono e non così come vorremmo fossero. Il prodotto in seguito alla riduzione degli ossidi minerali è altamente aleatorio e casuale, è pura entropia, nella quale tuttavia si instaura una mia esperta complicità col fuoco. È come nella mia vita: caotica, ma del caos ho fatto la mia forza, cavalcandola.

Credo si debba vedere  il positivo e la sorpresa in un opera d’ arte ceramica non perché particolarmente bello in senso estetico ma perché essenza di un racconto della propria parte esperienziale.

Raku significa “gioia” o “giorno della gioia”, e per me è così: la possibilità di essere felici e soddisfatti per ciò che si ha e non per quello che si vorrebbe avere.”