Genesi

 

“Lavorare la ceramica non è contemporaneo

È eterno.”

Stefania Pennacchio

 

LA SPERIMENTAZIONE: UN DIALOGO COL FUOCO

“La ceramica nasce come percorso di ricerca.

Trae origine dal mondo femminile, nel neolitico, quando le donne rimanevano nel loro focolare, una caverna o una capanna, e cominciavano a realizzare piccoli oggetti come ciotole, oppure idoli femminili per proteggere i luoghi.

La ceramica nasce col fuoco.

Qualunque ceramista lavori col fuoco vivo e non elettrico è uno sperimentatore: l’interazione col fuoco implica comprensione e complicità.

Ho cominciato trattando con l’argilla fossile marina, che andavo a prelevare da cave neolitiche vicino casa; ho imparato a depurarla, a costruire forni prima a gas e poi a legna (quelli tradizionali dei ceramisti della Magna Grecia), e poi a “governare” la curva del calore. “Governare” non è corretto: si tratta piuttosto di dialogare col fuoco.

Sperimentare significa trovare dei nuovi percorsi.

Io ho trovato i miei, ma come diceva Hermann Hesse: un solo bambino superstite della scomparsa del resto dell’umanità sarebbe in grado di riprodurre quello che è accaduto prima. Sono convinta che questo valga per tutti gli artisti e per la cultura in linea generale: siamo portatori di memoria genetica. Il mio percorso non è altro che riscoprire quello che è già accaduto in passato, ma forse con l’aggiunta di un contributo dato dal mio racconto personale, cioè la mia libertà: la libertà di potersi stupire che il mondo fisico è vincolato anche da leggi spirituali e invisibili.

La ricerca col fuoco, pertanto, è una ricerca soprattutto spirituale.

La sperimentazione è una ricerca di libertà, però di Assoluto e non di Relativo.”

 

“Il Fuoco è l’elemento assoluto,

è lui che mette la firma all’opera.”

Stefania Pennacchio

 

IL RAKU: LA GIOIA DELLA BELLEZZA CHE C’È E NON DI QUELLA CHE VORREMMO

“La tecnica raku nasce per caso, come tante altre grandi scoperte.

È come se la verità delle risposte che cerchiamo fluttuasse nell’aria ma non riuscissimo a carpirla perché troppo evidente e semplice –noi, abituati a pensare in maniera così complicata. In fondo la semplicità è proprio questo: la complicazione risolta.

Il raku nasce come tecnica di cottura della ceramica giapponese 500 anni fa, in una concezione estetica molto distante da quella occidentale del Rinascimento.

I Giapponesi, che hanno verticalizzato la tecnica raku, inorridirebbero di fronte alla semplificazione nei termini della sua concezione accomodata dall’Occidente per la propria produzione ceramica. Per tecnica raku, infatti, oggi e qui, intendiamo solamente questo: qualsiasi lavorazione dell’argilla refrattaria (l’argilla è il minerale più diffuso sulla terra, refrattario per natura e in proporzioni diverse) che resiste a grandi shock termici e alla conseguente estetica degli ossidi minerali che, in virtù di questi repentini sbalzi termici, tornano ad essere minerali.

“Nel raku l’artista non si prende i meriti della creazione, ma si fa quinto elemento e si mette in circolarità con le leggi fisiche di acqua, aria, terra e fuoco per compiere la creazione.”

Il mio Raku, ovvero il Raku soggetto alla mia contaminazione, è molto mediterraneo e basato sulla sorpresa e sul desiderio di accettare le cose così come sono e non così come vorremmo fossero. Il prodotto in seguito alla riduzione degli ossidi minerali è altamente aleatorio e casuale, è pura entropia, nella quale tuttavia si instaura una mia esperta complicità col fuoco. È come nella mia vita: caotica, ma del caos ho fatto la mia forza, cavalcandola. Credo si debba vedere il bello, il positivo e la sorpresa in un oggetto non perché particolarmente bello in senso estetico ma perché essenza di un racconto della propria parte esperienziale.

Raku significa “gioia” o “giorno della gioia”, e per me è così: la possibilità di essere felici e soddisfatti per ciò che si ha e non per quello che si vorrebbe avere.”